
- Penso spesso al giorno in cui vidi il mare per la prima volta. Il mare è grande, il mare è vasto, il mio sguardo spaziava lungi dalla riva e sperava di trovare la libertà: ma in fondo c’era l’orizzonte. Perché ho un orizzonte? Dalla vita io attendevo l’infinito.
Thomas Mann, Cane e padrone e altri racconti, Torino, Einaudi 1980, trad. Clara Bovero
Delusione
(Titolo originale Enttäuschung)
Confesso che i discorsi di quell’originale mi sconvolsero; e neanche ora, temo, sarò in grado di ripeterli in modo che impressionino gli altri come impressionarono me quella sera.
Forse il loro effetto dipendeva soltanto dalla sorprendente schiettezza con cui me li espose uno sconosciuto.
Lo vidi circa due mesi fa, una mattina d’autunno, in piazza San Marco. C’era poca gente nella vasta piazza, ma le bandiere garrivano alla lieve brezza marina davanti al meraviglioso edificio variopinto; gli opulenti contorni fiabeschi e gli ornamenti d’oro risaltavano mirabilmente chiari su un delicato cielo azzurro; proprio davanti al portale maggiore, intorno a una fanciulla che spargeva granturco, s’era raccolto un enorme branco di piccioni, mentre altri, ancor più numerosi, accorrevano fa ogni parte: uno spettacolo incomparabile, di una bellezza fulgida e festosa.
L’incontrai allora, e, mentre scrivo, l’ho davanti agli occhi con straordinaria chiarezza. Era di statura appena media e camminava in fretta, curvo, tenendosi con le due mani la canna sul dorso. Portava una bombetta nera, un chiaro soprabito estivo e pantaloni a righe scure. Non so perché, lo presi per un inglese. Poteva avere trent’anni come cinquanta. Il volto, col naso un po’ grosso e due occhi grigi dallo sguardo vuoto, era perfettamente glabro; e sulle labbra gli guizzava di continuo un sorriso inesplicabile e un po’ ottuso. Ogni tanto, inarcava le sopracciglia, volgeva intorno uno sguardo indagatore, poi fissava di nuovo gli occhi a terra, diceva qualche parola tra sé e sé, scoteva il capo e sorrideva. Andava su e giù per la piazza, senza requie.
Da allora lo osservai ogni giorno, perché pareva non avesse altro da fare che andar su e giù per la piazza, trenta, cinquanta volte, col buono e col cattivo tempo, mattina e pomeriggio, sempre solo e sempre con quello strano contegno.
Quella sera, una banda militare aveva dato un concerto. Io ero seduto a uno di quei tavolini, che il caffè Florian dispone sulla piazza; finito il concerto, la folla, che sino a quel momento era andata su e giù ondeggiando fitta, cominciò a disperdersi; e lo sconosciuto, sorridendo come sempre con aria distratta, prese posto a un tavolino che s’era fatto libero accanto al mio. Passò il tempo; il silenzio si fece sempre più profondo e i tavolini intorno a noi era già tutti vuoti; ogni tanto s’avvicinava lemme lemme qualche ritardatario; una pace maestosa avvolgeva la piazza, il cielo si era coperto di stelle e sulla splendida teatrale facciata di San Marco brillava il mezzo disco della luna.
Io leggevo il mio giornale voltando a schiena al mio vicino, e stavo per lasciarlo solo quando fui costretto a volgermi a mezzo verso di lui; perché, mentre sino allora non gli avevo sentito fare un solo movimento, egli di punto in bianco si mise a parlare.
- È a Venezia per la prima volta, signore? – domandò in cattivo francese; e, quando mi sforzai di rispondergli in inglese, proseguì in un tedesco dialettale, con una voce bassa e roca, che cercava di schiarire tossicchiando:
- Tutto questo, lo vede per la prima volta? Ed è pari alla sua aspettativa? – Forse persino la supera? – Ah! non l’aveva immaginato più bello? – Davvero? – Non lo dice soltanto per apparire invidiabile e felice? – Ah! – S’appoggiò all’indietro e mi osservò ammiccando con un’espressione indefinibile.
La pausa che subentrò durò a lungo, e, non sapendo come continuare quella strana conversazione, stavo di nuovo per alzarmi quando egli si sporse precipitosamente in avanti.
- Sa, signore, che cos’è la delusione? – domandò a voce bassa e penetrante, mentre s’appoggiava alla sua canna con ambo le mani. – Non un insuccesso parziale, non un colpo fallito, ma la grande completa delusione, la delusione, che procurano tutte le cose, tutta la vita? Certo non la conosce. Ma io me la sono trascinata con me sin dalla fanciullezza, e mi ha reso solitario, infelice e anche un po’ strambo, non lo nego.
- Come potrebbe capirmi, signore? Ma forse mi capirà, se posso pregarla di ascoltarmi per due minuti. Perché a dirlo si fa presto.
- Mi permetta di ricordare che sono stato allevato in una piccolissima città, in casa di un pastore; nelle stanze linde regnava un patetico ottimismo da eruditi all’antica e vi si respirava una particolare atmosfera di retorica da pulpito, piena di quelle gran parole che servono per il bene e per il male, per il bello e per il brutto: parole che io odio ferocemente, perché esse, e forse esse sole, sono responsabili della mia sofferenza.
-Tutta di paroloni consisteva la mia vita, perché ne conoscevo soltanto i presagi immensi e chimerici, ch’essi suscitavano in me. Aspettavo dagli uomini il bene divino o il male diabolico; aspettavo dalla vita l’entusiasmo e l’orrore; mi struggevo di desiderio e bramavo angosciosamente quella realtà così vasta, l’esperienza, qualunque fosse: la felicità splendida e inebriante, il dolore più atroce ineffabile e imprevedibile.
categoria:amore, riflessioni, sogni, arte, senza un perchè, sulla via di damasco








Non credo sia giusto.